COVID: assistenza territoriale cambierà tutto?

MEDICINA DI TERRITORIO O DI COMUNITÀ?

La più grande “falla” evidenziata dall’attuale pandemia, è stata la fragilità ed insieme lo scarso utilizzo e coinvolgimento della sanità territoriale.

Ormai il prossimo anno, avremo la grande occasione di ripensare e rifondare l’assistenza e la cura, ossia il concetto stesso di presa in carico, facendo nascere una medicina di comunità. L’occasione c’è infatti esiste già da sei mesi una bozza di riforma dell’assistenza territoriale, che ispirata dal nuovo Patto per la Salute e stata aggiornata con le indicazioni e i progetti del Pnrr.

Modelli standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Sistema Sanitario Nazionale:http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato3566666.pdf

Le Usca sono ancora operative in Italia?

La risposta a questa domanda è purtroppo negativa. Risulta infatti che in alcune regioni siano già da più di tre mesi ridimensionate o chiuse. Cosa che comunque dovrebbe essere avvenuta ovunque il 31 dicembre, visto che il servizio offerto dalle USCA era previsto che proprio in quella data dovesse concludersi.

Se le Usca fossero state operative, come previsto dalla legge che le ha istituite, certamente non ci sarebbero ospedali con il 30 per cento di ammalati Covid. La medicina del territorio , ieri come oggi avrebbe potuto “scremare” i pazienti finiti negli ospedali intervenendo per tempo nelle abitazioni.

I nuovi farmaci contro il Covid 

Anche il serio problema che nasce ora, con l’uso di Remdesivir e della pillola della Merck (del quale c’è disponibilità limitata, si parla di 50mila dosi su tutto il territorio nazionale) non sembra sia stato risolto coerentemente. Infatti l’utilizzo del nuovo farmaco Merck, che cura (se preso entro 5 giorni) i malati da Covid, che sembra sia affidato alle decisioni del medico in base in base alla fragilità del paziente e forse altro; cosa difficile per le implicazioni che comporta, che sarebbe più logico affidare alla medicina del territorio Usca o simili. 

Nel caso del Remdesivir parliamo addirittura di un farmaco che si somministra per infusione in vena, per cinque giorni consecutivi: spesso nel paziente Covid è difficile reperire un adeguato accesso venoso. Il Molnupiravir, invece che sono compresse da 800 mg, che si somministrano due volte al giorno, in pazienti adulti non ospedalizzati e non vaccinati, con insorgenza dei sintomi entro 5 giorni, almeno un fattore di rischio: malattie cardiache, diabete mellito, obesità, età superiore a 60 anni. 

Pur se ancora non si sa esattamente, né quando, né in cosa esattamente consisterà, la riforma sanitaria a prevalente trazione territoriale, della quale esiste solo una bozza.   

La bozza nei suoi aspetti principali

Una bozza del documento, intitolata: “Modelli e standard per lo sviluppo dell’Assistenza Territoriale nel Sistema Sanitario Nazionale”, è stata presentata alla Cabina di regia per il Patto per la Salute.

Prevede la definizione di nuovi standard per le cure territoriali. Al suo interno si trovano anche le novità introdotte dal Pnrr.

Il confronto, è bene precisarlo, è ancora nella fase embrionale e sulla prima stesura del testo, sembra che ci siano diverse perplessità delle regioni. Siamo dunque di fronte ad un modello, che rappresenta il primo tentativo, di definire una cornice per i servizi territoriali, che lascia spazio alle Regioni per organizzarsi secondo le specificità dei territori.

Primo tassello è rappresentato dal Distretto Socio-Sanitario, che avrà il compito di programmare, organizzare ed anche erogare i servizi.

Lo standard ne prevede uno ogni 100 mila abitanti; con variabilità secondo criteri di densità di popolazione e caratteristiche orografiche del territorio.
 Un distretto ogni 100 mila abitanti, al cui interno dovranno esserci minimo:

  • 4 Case della Comunità (di cui una Hub aperta h24 tutta la settimana e 3 Spoke),
  • un servizio Usca,
  • 2 ospedali di Comunità,
  • un Hospice e una Centrale operativa territoriale.

Il tutto sarà messo in rete attraverso la digitalizzazione e anche con l’attivazione del numero verde “116117”; che consentirà anche di gestire l’assistenza domiciliare e altri servizi, come la salute mentale, sociali e i consultori.

Si tratta della prima bozza sull’Assistenza territoriale

E’ stata formulata dal Gruppo di lavoro presso AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali); un modello che prevede nella nuova assistenza territoriale, gli standard tra quali spunta anche il parametro di un Infermiere di Comunità ogni 2.000-2.500 abitanti.
La programmazione del Distretto deve prevedere:

  • una Casa della Comunità hub per ogni Distretto e almeno 3 Case della Comunità spoke (1 ogni 30/35.000 nelle aree metropolitane;
  • uno ogni 20/25.000 abitanti nelle aree urbane e sub-urbane;
  • 1 ogni 10/15.000 abitanti nelle aree interne e rurali) per favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali.
Tutte le aggregazioni dei MMG e PLS, sono ricomprese nelle Case della Comunità, avendone in esse la sede fisica oppure attraverso un collegamento funzionale di riferimento;
  • Le aggregazioni della Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta, quali: le AFT (aggregazioni funzionali territoriali) e UCCP (unità complesse delle cure primarie), medicine di gruppo integrate, con sede fisica all’interno delle Case della Comunità; oppure a questa collegate funzionalmente, in qualità di strutture spoke, per quei territori disagiati e a minore densità abitativa;
  • un Infermiere di Comunità ogni 2.000-2.500 abitanti, afferenti alle Case di Comunità;  
  • una Unità Speciale di Continuità Assistenziale (1 medico e 1 infermiere) ogni 100.000 abitanti;  
  • due Ospedali di Comunità (20 posti letto ogni 50.000 abitanti), da attuarsi in modo progressivo secondo la programmazione regionale;
  • un Hospice fino a 10 posti letto all’interno della rete aziendale delle cure palliative;
  • 1 Centrale Operativa Territoriale (1ogni 100.000 abitanti).

“In questa fase di innovazione e sviluppo del SSN, inoltre, è dirimente garantire l’autonomia regionale nel vagliare la configurazione più opportuna in termini di tipologia e numerosità delle strutture e dei servizi di assistenza territoriale; sulla base delle caratteristiche geografiche e della popolazione di riferimento”.

Il fulcro del territorio sarà rappresentato dalla Casa della Comunità per cui il Pnrr ha stanziato 2 miliardi di euro per istituirne 1.288.

Essa è “il luogo fisico di prossimità e di facile individuazione dove la comunità può accedere per poter entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria e socio-sanitaria. La CdC promuove un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali. Costituisce la sede privilegiata per la progettazione ed l’erogazione di interventi sanitari e di integrazione sociale”.
 
Si prevedono:

  • una Casa della Comunità hub per ogni Distretto e almeno 3 Case della Comunità spoke (1 ogni 30/35.000 nelle aree metropolitane;
  • uno ogni 20/25.000 abitanti nelle aree urbane e sub-urbane;
  • 1 ogni 10/15.000 abitanti nelle aree interne e rurali) per favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali.

 Le aggregazioni della Medicina Generale e Pediatria di Libera Scelta, quali le AFT (aggregazioni funzionali territoriali) e UCCP (unità complesse delle cure primarie), medicine di gruppo integrate; con sede fisica all’interno delle Case della Comunità, oppure a questa collegate funzionalmente, in qualità di strutture spoke, per quei territori disagiati e a minore densità abitativa.
 

Previsto 1 Infermiere di Comunità ogni 2.000-2.500 abitanti, afferenti alle Case di Comunità

Da sottolineare che la bozza del documento resta vaga sul destino degli studi privati di medici di famiglia e pediatri che non sono mai citati espressamente. 

E se, da un lato, il documento, laddove si parla di Cooperazione funzionale delle figure che costituiscono l’équipe multiprofessionale,

ribadisce che Mmg e pediatri sono Referenti del caso in quanto titolare del rapporto di fiducia con il singolo cittadino in tutta la sua globalità e in tutte le fasi della vita

dall’altro afferma che Tutte le strutture fisiche territoriali, oggi esistenti, devono utilmente rientrare nella progettazione della nuova geografia dei servizi e strutture territoriali; quindi delle Case della Comunità e dei servizi correlati in rete. Il piano di sviluppo dei servizi territoriali, di ogni singolo contesto regionale, deve quindi tendere ad una progettazione dei servizi in rete; anche con una precisa selezione delle infrastrutture fisiche esistenti da valorizzare, ristrutturare, riorientare con altre vocazioni e servizi o dismettere”.
 
Tornando alla Casa di Comunità hub 

il documento, oltre a sottolineare che essa garantisce (anche mediante modalità di telemedicina) l’erogazione dei seguenti servizi; inoltre elenca il dettaglio della sua struttura e funzionalità indicando la presenza di:
 Équipe multiprofessionali (MMG, PLS, Continuità Assistenziale, Specialisti Ambulatoriali Interni (SAI) e dipendenti, Infermieri e altre figure sanitarie e socio-sanitarie);
 – h24 – 7 giorni su 7 presenza medica  anche attraverso l’integrazione della Continuità Assistenziale;
 – Presenza infermieristica h12 – 7 giorni su 7;
 – Unico Punto di Accesso (PUA) sanitario e sociale;
  – Servizi diagnostici finalizzati al monitoraggio della cronicità (ecografo, elettrocardiografo, retinografo, oct, spirometro, ecc.) anche attraverso strumenti di telemedicina (es. telerefertazione); 

 – Punto prelievi;
 – Programmi di screening; 

– Servizi ambulatoriali specialistici per le patologie ad elevata prevalenza (cardiologo, pneumologo, diabetologo, ecc.);
 – Servizi infermieristici, sia in termini di prevenzione collettiva e promozione della salute pubblica; inclusa l’attività dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC), sia di continuità di assistenza sanitaria, per la gestione integrata delle patologie croniche;
 – Sistema integrato di prenotazione collegato al CUP aziendale;
 – Servizio di assistenza domiciliare di base;
 – Partecipazione della Comunità e valorizzazione della co-produzione, attraverso le associazioni di cittadini e volontariato.

La Casa di Comunità spoke, dal suo canto invece garantisce (anche mediante modalità di telemedicina) l’erogazione dei seguenti servizi:
 –  Équipe multiprofessionali (MMG, PLS, Specialisti Ambulatoriali Interni (SAI) e dipendenti, Infermieri e altre figure sanitarie e socio-sanitarie);
 –  Presenza medica e infermieristica almeno h12 – 6 giorni su 7 (lunedì-sabato);
 –  Punto Unico di Accesso;
 –  Alcuni servizi ambulatoriali per patologie ad elevata prevalenza (cardiologo, pneumologo,
diabetologo, ecc.);
 –  Servizi infermieristici, sia in termini di prevenzione collettiva e promozione della salute pubblica; inclusa l’attività dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC), sia di continuità di assistenza sanitaria, per la gestione integrata delle patologie croniche;
 –  Programmi di screening;
 –  Collegamento con la Casa della Comunità hub di riferimento;
–  Sistema integrato di prenotazione collegato al CUP aziendale;
 –  Partecipazione della Comunità e valorizzazione co-produzione, attraverso le associazioni di cittadini, volontariato.
All’interno delle CdC possono essere ricompresi posti letto di cure intermedie (Ospedali di Comunità e post-acuti); oltre a posti letto di hospice e/o servizi di riabilitazione e mantenimento funzionale.
 
L’Infermiere di Famiglia e Comunità è un professionista con un forte orientamento alla gestione proattiva della salute

Esso opera rispondendo ai bisogni di salute della popolazione di uno specifico ambito territoriale e comunitario di riferimento, favorendo l’integrazione sanitaria e sociale dei servizi. Di questa figura se ne prevedono una ogni 2.000-2.500 abitanti (ovvero circa 30mila infermieri di comunità in totale)
 
La sua funzione è orientata ad una presenza continuativa e proattiva nella comunità territoriale di riferimento facilitando il percorso della presa in carico e della continuità dell’assistenza; così favorendo l’integrazione e la collaborazione tra le figure professionali (MMG, PLS, Specialisti, altri infermieri e altre figure sanitarie, assistenti sociali ecc.) e i servizi socio-sanitari presenti sul territorio, in un vero e proprio lavoro di équipe territoriale.
 
È coinvolto in attività di promozione, prevenzione e gestione partecipativa dei processi di salute individuali, familiari e di comunità; il tutto all’interno del sistema dell’assistenza sanitaria territoriale.
 
L’Unità Speciale di Continuità Assistenziale, il servizio attivato durante la pandemia, resterà anche in futuro. 

Essa è un’équipe mobile distrettuale per la gestione di situazioni condizioni clinico-assistenziali di particolare complessità e di comprovata difficoltà operativa di presa in carico sia a carico di individui che a carico di comunità. Lo standard è di 1 medico e 1 infermiere ogni 100.000 abitanti.
 
La Centrale Operativa Territoriale 

è un modello organizzativo che svolge una funzione di coordinamento della presa in carico della persona; oltre al raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali: attività territoriali, sanitarie e socio-sanitarie, ospedaliere e dialoga con la rete dell’emergenza-urgenza.

Lo standard è di 1 Centrale Operativa Territoriale ogni 100.000 abitanti o comunque a valenza distrettuale.

Lo Standard minimo di personale è di: 5 infermieri/IFeC, 1 coordinatore.
 
La Centrale Operativa 116117 (sede del Numero Europeo Armonizzato per le cure mediche non urgenti)

offre un servizio telefonico gratuito alla popolazione attivo 24 ore su 24 e 7 giorni la settimana per tutte le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie a bassa intensità assistenziale.
Lo standard è di 1 Centrale Operativa 116117 ogni 1-2 milioni di abitanti o comunque a valenza regionale.
 
L’Assistenza Domiciliare è un servizio a valenza distrettuale

finalizzato all’erogazione al domicilio di interventi caratterizzati da un livello di intensità e complessità assistenziale variabile nell’ambito di specifici percorsi di cura e di un piano personalizzato di assistenza.
Lo standard previsto anche dal Pnrr è del 10% della popolazione over 65 da prendere in carico progressivamente.
 
L’Ospedale di Comunità è una struttura sanitaria di ricovero breve

Esso afferisce alla rete offerta dell’Assistenza Territoriale e svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero. Avendo la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette in luoghi più idonei al prevalere di fabbisogni socio-sanitari; inoltre la stabilizzazione clinica, di recupero funzionale e più prossimi al domicilio.

Lo standard è 1 Ospedale di Comunità (20 posti letto) ogni 50.000 abitanti. Da attuarsi in modo progressivo. – 0,4 posti letto per 1000 abitanti. Lo standard minimo di personale: 9 infermieri, 6 Operatori Socio-Sanitari e un medico per almeno 4 ore al giorno.
 
L’Hospice è una struttura socio-sanitaria

che dovrà essere in grado di garantire la presa in carico globale dell’assistito e del suo nucleo familiare, integrata con l’ospedale e il domicilio del paziente.

È rivolto a soggetti affetti da patologie oncologiche, croniche, neurodegenerative, irreversibili e in stadi avanzati; soggetti candidabili a terapie di supporto, che necessitano di un appropriato sostegno medico, psicologico e sociale nelle ultime fasi della vita. Lo standard è di 1 Hospice fino a 10 posti letto ogni 100.000 abitanti
 
I servizi per la salute mentale, per le dipendenze patologiche e per la neuropsichiatria infantile e l’adolescenza costituiscono la declinazione a livello distrettuale dei servizi afferenti alla rete integrata per la salute mentale presenti in tutte le Aziende Sanitarie Locali.
 
Il Consultorio Familiare 

è la struttura aziendale a libero accesso e gratuita, deputata alla prevenzione, consulenza e cura rivolte alla donna, al minore, alla famiglia in senso ampio; in linea con le evoluzioni sociali correnti e al contesto comunitario di riferimento dei predetti.
1 Consultorio ogni 100.000 con possibilità di svolgere l’attività consultoriale programmata nelle Case della Comunità hub.
 
Il Dipartimento di Prevenzione (DP) 

ha il compito di promuovere azioni volte a individuare e rimuovere le cause di nocività e malattia di origine ambientale, umana e animale, mediante iniziative coordinate con i distretti e con i dipartimenti dell’azienda sanitaria locale e delle aziende ospedaliere, prevedendo il coinvolgimento di operatori di diverse discipline.
Standard massimo di popolazione per DP = 1: 500.000 abitanti (necessario per mantenere efficienza organizzativa e conoscenza del territorio che ha identità, omogeneità culturale e socioeconomica imprescindibili nell’azione preventiva).
 
La Telemedicina 

è una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT); in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nella stessa località.

CITTADINI NEL CUORE

Allegati:

La Lombardia nel frattempo la immagina integrata con quella centrale

Un laboratorio sul campo è la speranza di una migliore sanità.

In questo momento è importante associarsi rispetto ad obiettivi concreti e valorizzare le esperienze già in atto. Per queste chiederemo di ottenere risorse e di poter essere portate anche a sistema.

Senza pretendere di possedere verità né di dettare conclusioni, desideriamo richiamare a noi e a tutti i colleghi gli aspetti più veri della nostra professione, che ci sono risultati evidenti anche e soprattutto in questo duro e drammatico periodo della pandemia.

Desideriamo invitare chiunque a riprendere queste tracce di lavoro per uno scambio di esperienze,

per aiutarsi a tessere fili che ci uniscono nel lavoro con uno sguardo più profondo sulla professione medica. Da questi sguardi condivisi potranno nascere proposte concrete e un lavoro paziente, fedele e articolato, che sia una sollecitazione per chi oggi si sente demotivato e un appiglio vivo per tutti i giovani che si incamminano nelle professioni sanitarie.

Recentemente il presidente della FNOMCeO, dr. Filippo Anelli ha posto questa domanda:

“Perché non affidare ai professionisti la governance delle strutture sanitarie attraverso la definizione degli obiettivi di salute? È tempo di superare un modello che ancora oggi vede prevalere gli obiettivi di bilancio su quelli della salute, rivalutando un’appropriatezza che sia finalmente assistenziale e non meramente economica.”

Questa drammatica situazione può essere l’occasione per rimettere al centro del lavoro sanitario la persona. L’uso delle nuove tecnologie e delle risorse rese disponibili, lo sforzo per rimuovere gli ostacoli della burocrazia, il dialogo tra istituzioni e professionisti, vorremmo fossero passi guidati dalla esperienza fatta, giudicata e condivisa, per costruire quel “percorso paziente” che urgentemente oggi deve ristabilire una collaborazione feconda tra Ospedale e Territorio, un dialogo che da decenni in Lombardia è gravemente trascurato.

I punti che seguono, sintetizzano un dibattito promosso dall’ Associazione Medicina e Persona, con professionisti di ogni settore della sanità impegnati in questo periodo in prima linea, negli Ospedali come sul territorio lombardo: direttori, responsabili di ATS, responsabili di Ordini professionali, sindacati medici, Medici di Medicina Generale, infermieri, specialisti ospedalieri ecc.
La preoccupazione che guida i professionisti coinvolti è di contribuire positivamente all’affronto della “Fase 2”

Fase che dovrà avere nella medicina generale e nei servizi territoriali attori decisivi per la sua realizzazione.  Auspichiamo che le proposte e le osservazioni contenute nel documento aprano un dialogo vero con le Istituzioni, la Politica e con ogni professionista che si riconosce in un modello di lavoro sanitario centrato sulla clinica.

Solo un coinvolgimento reale dei Professionisti consentirà al SSR di assolvere il suo compito nel miglior modo possibile. Partendo allora dalle criticità evidenziate durante la pandemia COVID, il contributo che segue vuole provare a indicare linee di lavoro per la Sanità lombarda. per quanto riguarda le strutture intermedie e domiciliari.

OBIETTIVI A BREVE TERMINE

 Aspetti epidemiologici

 Occorre definire percorsi per la esecuzione dei necessari accertamenti che diano al MMG la possibilità di fare una rapida diagnosi: tamponi su larga scala e “contact tracing”. Occorre espandere e connettere la diagnostica di laboratorio, quella per immagini e quella clinica.

Follow-up dei pazienti trattati per Covid-19, nella fase post-ricovero

I pazienti dimessi possono presentare sequele non note, per la cui gestione si rende necessario creare forme di collaborazione tra gli specialisti ospedalieri e MMG. Al MMG deve essere affidato il monitoraggio domiciliare in collaborazione con lo specialista ospedaliero che quello stesso paziente ha curato e intende rivalutare negli ambulatori di follow-up.

Percorsi diagnostici integrati per nuovi casi di infezione da COVID

Occorre definire ora con precisione le linee guida per affrontare l’eventuale ripresa dei contagi, al fine di consentire ai MMG di affrontare, in condizioni di sicurezza, l’esordio di nuovi casi di infezione da Covid-19, predisponendo fin da ora percorsi integrati e condivisi tra ATS, ASST, privati accreditati per al diagnosi e la terapia tempestiva dei casi che si possono gestire a domicilio.

OBIETTIVI A MEDIO TERMINE

Da più parti è stato sottolineato come la pandemia COVID abbia messo in luce alcune criticità nell’impianto della L.R. 23/2015 che ha riformato l’impianto del Sistema Sanitario Regionale. In particolare si è registrato un affanno da parte delle strutture territoriali a rispondere in modo efficiente e coordinato alle sfide poste dalla pandemia.

Di seguito alcuni punti su cui occorre porre l’attenzione:

Un’ “Agenzia permanente” per le cure Primarie

 L’assessorato al Welfare di RL dovrebbe dotarsi di un gruppo di lavoro permanente che non si limiti a gestire la convenzione con i MMG. Occorre uno sviluppo delle Cure primarie e della rete territoriale, coinvolgendo direttamente e stabilmente i Professionisti e i diversi attori del territorio. Deve configurarsi in questo modo un’Agenzia Regionale con il compito precipuo di raccogliere le “best practices” (logistiche- organizzative, diagnostiche, di protocolli di cura, sicurezza e prevenzione, di formazione degli operatori ecc) con particolare riguardo a quanto messo in atto in questi 3 mesi per far fronte alla pandemia dalle Aziende Sanitarie sia pubbliche che private della nostra Regione, facendole diventare patrimonio comune, come sta facendo AGENAS a livello nazionale.

Medicina Generale: non un problema di contratto

La medicina generale e’ lo snodo fondamentale delle Cure Primarie e alcune voci hanno tentato di ricondurre la relativa inefficienza della risposta territoriale alla pandemia COVID alla natura convenzionale del rapporto di lavoro di questi professionisti con il Sistema Sanitario Regionale. Anche qui condividiamo quanto espresso dal presidente Anelli:

“Non è lo strumento contrattuale che garantisce l’efficienza, ma le risorse e gli strumenti messi a disposizione di chi segue i malati. La discussione non può partire dal rapporto di dipendenza o meno dei MMG “senza comprendere che la chiave di volta per un Servizio sanitario nazionale che veramente sia prossimo al cittadino non passa, o meglio non passa in primo luogo, dalla forma contrattuale attraverso cui si esercita la professione, ma dalle modalità di governance della sanità e della salute e quindi dalla valorizzazione delle professioni sanitarie”.

Lasciando i generalisti senza indicazioni univoche, privi di protezioni, di strumentazione adeguata e, soprattutto, della facoltà di prescrivere tamponi e farmaci, armati del solo senso di responsabilità il risultato è stato:

medici contagiati, che hanno pagato, in alcuni casi, con la loro stessa vita la loro abnegazione. E pazienti assistiti da un medico privo degli adeguati strumenti e non presi in carico dal sistema. Occorreva invece sostenere le capacità cliniche e diagnostiche dei Medici di Medicina Generale, promuovendo la specificità di un lavoro che coniuga accessibilità e continuità favorendo nel contempo una integrazione funzionale con gli altri operatori (Medici Ospedalieri, Infermieri, altri professionisti sanitari) che, a diverso titolo e con competenze e tempi differenti, lavorano allo stesso obiettivo, quello cioè di prendersi cura della persona, vero ed unico centro di qualsiasi sistema sanitario.

Una nuova clinica per una nuova organizzazione

 Occorre riconoscere per prima cosa che la Medicina Generale territoriale è fondamentale anello del percorso di cura integrato ospedale/territorio. Se riconosciamo che il MMG è il primo attore della clinica, deve essere obiettivamente messo in grado di poter fare diagnosi, terapia, cura, assistenza e follow up in rapporto con gli specialisti e con le strutture Ospedaliere. In questo senso possono essere richiesti più strumenti, messe in gioco risorse in termini di formazione continua, di risorse umane professionali, assistenziali, amministrative. Molti modelli possono essere riconvertiti utilmente a tale scopo (PRESST, USCA, Giovani medici, teleconsulti ecc…) convergendo sull’unico scopo del miglioramento della cura del singolo paziente

Lavorare insieme

 Occorre che i Professionisti diano vita a gruppi di confronto e di lavoro che mettano insieme specialisti e generalisti, per definire nel dettaglio i percorsi operativi del paziente integrando le competenze necessarie. Sarà la individuazione di questi percorsi a permettere, con un approccio dal basso ai problemi, le risorse effettivamente necessarie ed i modelli organizzativi più idonei a supportare i percorsi stessi. Ciò garantirebbe una formazione continua tra pari; anche l’assistenza al Paziente COVID, potrebbe essere presa come paradigma per ripensare il percorso del paziente acuto mentre una revisione del processo di Presa in Carico – una volta rimesso nella esclusiva competenza del Medico di Medicina Generale il ruolo di Clinical Manager al fine di evitare improduttive competizioni tra ospedale e territorio -potrebbe costituire la base di discussione per affrontare il problema della Cronicità.

La definizione dei percorsi e degli obiettivi clinici deve coniugarsi con investimenti che dovranno affrontare alcuni aspetti prioritari:

Adeguamento strutturale degli ambulatori 

 Dalla definizione degli obiettivi di salute discende la necessità di superare la estrema frammentazione delle attuali modalità di offerta, identificando uno standard minimo che permetta al Medico di Medicina Generale di operare con l’indispensabile supporto di personale segretariale ed infermieristico oltre che di Colleghi specialisti.

Investimento sul personale

 La pandemia COVID-19, ha evidenziato che il singolo Medico di Medicina Generale, pur armato dei migliori intenti, ben difficilmente può affrontare un paziente complesso, occupandosi con uguale efficacia degli aspetti clinici e degli aspetti gestionali che il caso comporta. Occorre allora anche definire la dotazione di personale di supporto e le modalità di incentivazione necessarie a far sì che il singolo professionista se ne possa avvalere. Tali modalità dovranno essere oggetto di specifici provvedimenti in sede di contrattazione regionale.

Adeguamento del Sistema Informativo Socio Sanitario (SISS) che deve essere ridisegnato per poter diventare strumento di collaborazione nella pratica quotidiana tra professionisti a vari livelli del SSR.

In sintesi, un Medico di Medicina Generale che non lavora più da solo ma si inserisce a pieno titolo in un Sistema Sanitario Regionale che promuove la collaborazione e la integrazione funzionale tra vari livelli di cura, garantendo l’ascolto dei bisogni delle comunità locali con lo spiegamento di modelli organizzativi flessibili, rispettosi delle specificità dei diversi territori e capaci di sfruttare appieno, ottimizzandone l’efficacia, le risorse ivi disponibili.

 

UN OBIETTIVO PER TUTTI CURARE SEMPRE

Nella nostra esperienza non possiamo tacere che il concetto di relazione di cura viene quasi ovunque affermato in modo formale, perché in realtà non viene più chiaramente riconosciuto e promosso nei progetti sviluppati per le Cure Primarie. In realtà questa carenza fondamentale viene rilevata da molti professionisti anche a livello ospedaliero.

Vale la pena cercare di approfondire questo punto. La relazione di cura non si esaurisce nella disponibilità di prestazioni. La spesa per la salute impone coscienza che la prestazione sanitaria farà il bene della persona solo se il suo percorso si concluderà con una valutazione completa ed unitaria. Il giudizio clinico va espresso nel giusto rapporto con la persona a cui è rivolta la prestazione, cioè in una valutazione che riesce ad unificare l’aspetto fisico e quello della relazione. Senza questa unità non c’è né cura né fiducia nell’essere curati.

Questa è la vocazione clinica del MMG e di ogni medico. Un diffuso pregiudizio da tempo non dà più il giusto peso e il giusto merito ai medici che danno fattiva testimonianza di questa capacità clinica.

Fonti: medicinaepersona.org; quotidianosanita.it

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